EMDR ed emergenza Covid

Che cos’è l’EMDR?

L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate allo stress, soprattutto allo stress traumatico.

L’approccio si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione destra/sinistra (ad es. il tapping sulle mani) per trattare i disturbi legati ad esperienze traumatiche o stressanti. Dopo una o più sedute, i ricordi disturbanti subiscono una desensibilizzazione, perdendo la loro carica emotiva negativa. Questo avviene indipendentemente dagli anni passati dall’evento.

Viene pertanto modificata l’immagine di quel ricordo nei suoi contenuti e nel modo in cui viene vissuta, modificando di conseguenza i vissuti emotivi e le sensazioni fisiche ad esso legate. Attraverso una ristrutturazione cognitiva il paziente può cambiare prospettiva nelle sue valutazioni su se stesso, adottando comportamenti più adattivi.

Da un punto di vista clinico il paziente non mostrerà più i sintomi tipici del disturbo da stress post-traumatico, non presentando pensieri intrusivi, comportamenti di evitamento ed iperarousal verso stimoli legati all’evento. La persona inizierà anche a discriminare meglio i pericoli reali da quelli immaginari condizionati dall’ansia.

Dopo l’EMDR il paziente ricorda l’evento ma il contenuto è totalmente integrato in una prospettiva più adattiva. L’esperienza è usata in modo costruttivo dall’individuo ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo. Cioè il paziente realizza le connessioni di associazioni appropriate, quello che è utile è appreso ed immagazzinato con l’emozione corrispondente ed è disponibile per l’uso futuro.

Quali sono le basi dell’EMDR?

L’approccio EMDR è basato sul modello di Elaborazione Adattiva dell’Informazione (AIP), secondo il quale l’evento traumatico vissuto dal soggetto viene immagazzinato in memoria insieme alle emozioni, percezioni, cognizioni e sensazioni fisiche disturbanti che hanno caratterizzato quel momento. Tutte queste informazioni immagazzinate in modo disfunzionale, restano “congelate” all’interno delle reti neurali e incapaci di mettersi in connessione con le altre reti con informazioni utili. Le informazioni ”congelate” e racchiuse nelle reti neurali, non potendo essere elaborate, continuano a provocare disagio nel soggetto, fino a portare all’insorgenza di patologie come il disturbo da stress post traumatico (PTSD) e altri disturbi psicologici. L’obiettivo dell’EMDR è quello di ripristinare il naturale processo di elaborazione delle informazioni presenti in memoria per giungere ad una risoluzione adattiva attraverso la creazione di nuove connessioni più funzionali. Una volta avvenuto ciò, il paziente può vedere l’evento disturbante e se stesso da una nuova prospettiva.

Utilizzando un protocollo strutturato il terapeuta guida il paziente nella descrizione dell’evento traumatico, aiutandolo a scegliere gli elementi disturbanti importanti.  Al termine della seduta di EMDR, quando il processo di rielaborazione ha raggiunto la risoluzione adattiva, l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.
Questo approccio risulta efficace anche con i pazienti che hanno difficoltà nel verbalizzare l’evento traumatico che hanno vissuto. L’EMDR, infatti, utilizza tecniche che possono fornire al paziente un maggior controllo verso le esperienze di esposizione (poiché non si basa su interventi verbali), e che possono aiutarlo nella regolazione e nella gestione delle emozioni intense che potrebbero scaturire durante la fase di elaborazione.

Cosa si intende per trauma psicologico?

L’etimologia della parola “trauma” deriva dal greco e vuol dire “ferita”. Il trauma psicologico, dunque, può essere definito come una “ferita dell’anima”, come qualcosa che impatta sul modo di vivere e vedere il mondo in modo negativo.

Esistono diverse forme di esperienze potenzialmente traumatiche a cui può andare incontro una persona nel corso della vita. Ci sono i “piccoli traumi” o “t”, cioè quelle esperienze soggettivamente disturbanti con una percezione di pericolo non particolarmente intensa, ad esempio un’umiliazione subita o delle interazioni brusche con persone significative durante l’infanzia. Accanto a questi traumi di piccola entità si collocano i traumi T, ovvero tutti quegli eventi che portano alla morte o che minacciano l’integrità fisica propria o delle persone care. A questa categoria appartengono eventi di grande portata, come ad esempio disastri naturali, abusi, incidenti etc.

Nonostante gli eventi sopra descritti riferiti alle due tipologie di trauma siano molto differenti, la ricerca scientifica ha dimostrato che le persone reagiscono, dal punto di vista emotivo, mostrando gli stessi sintomi.

Cosa succede dopo un evento traumatico?

L’essere stato vittima di un evento traumatico porta a conseguenze che possono essere riscontrabili non solo a livello emotivo, ma lasciano il segno anche nel corpo di chi è sopravvissuto a uno di questi eventi. Le ricerche scientifiche hanno dimostrato che le persone che hanno vissuto traumi importanti nel corso della vita portano i segni anche a livello cerebrale, mostrando, ad esempio, un volume ridotto sia dell’ippocampo che dell’amigdala. Queste scoperte gettano luce sulla stretta connessione mente-corpo, quindi risulta evidente che intervenire direttamente sull’elaborazione di questi eventi traumatici abbia un effetto anche la neurobiologia del nostro cervello.

Subito dopo aver vissuto un evento traumatico il nostro organismo e il nostro cervello vanno incontro ad una serie di reazioni di stress fisiologiche, che nel 70-80% dei casi tendono a risolversi naturalmente senza un intervento specialistico. Questo avviene perché l’innato meccanismo di elaborazione delle informazioni presente nel cervello di ognuno di noi è stato in grado di integrare le informazioni relative a quell’evento all’interno delle reti mnestiche del nostro cervello.

Alcune persone continuano a soffrire per un evento traumatico anche a distanza di moltissimo tempo dall’evento stesso. Spesso riportano di provare le stesse sensazioni angosciose e di non riuscire per questo motivo a condurre una vita soddisfacente dal punto di vista lavorativo e relazionale.

Questo quadro sintomatologico, che può arrivare fino a delinearsi in un Disturbo da Stress Post-Traumatico, è caratterizzato appunto dal “rivivere” continuamente l’evento traumatico, continuando a provare tutte le emozioni, sensazioni e pensieri negativi esperiti in quel momento. E’ proprio quando ci si rende conto che le reazioni sono di questo tipo e che la sofferenza è significativa che è necessario chiedere aiuto ad uno specialista.

Le reazioni durante e dopo l’incidente che proteggono da un crollo psicologico, sono:

  • Senso di irrealtà – Si ha la sensazione di essere dentro a un film, le scene si svolgono come al rallentatore, i sensi sono acutizzati per fare una rapida valutazione dei pericoli presenti nella situazione, cercando delle vie d’uscita o altre soluzioni. Subito dopo l’esperienza traumatica, la realtà quotidiana attorno a noi può sembrare irreale o irrilevante, come se ci trovassimo sotto a una campana di vetro o in mezzo ad un incubo
  • Reazioni fisiche– Sono normali la tachicardia e il senso di nausea. In genere si sente caldo o freddo, oppure paura di stare da soli, bisogno di vicinanza, di un supporto e aiuto concreto

Alcune delle reazioni successive all’evento:

  • Pensieri intrusivi – Arrivano involontariamente pensieri, ricordi e immagini di quello che è successo. Compaiono soprattutto in momenti di rilassamento, per es. prima di dormire e si accompagnano di un senso di disagio.
  • Problemi di sonno – In genere il sonno è leggero, ci si sveglia spesso, si hanno degli incubi o sogni ricorrenti dell’evento.
  • Associazione con altri stimoli – È comune che alcuni stimoli ambientali, persone o situazioni richiamino l’evento in modo involontario. Questo è dovuto al fatto che l’evento viene associato ad altri fattori che provocano un certo malessere o ansia. Ovviamente lo stimolo da solo, se non venisse associato all’evento traumatico, non genera alcun disagio.
  • Difficoltà di concentrazione – Poca concentrazione in attività quale la lettura, la visione di un film, ecc.
  • Reazioni fisiche – Problemi di stomaco, senso di nausea, stanchezza.
  • Disperazione – È difficile accettare i fatti attuali e non si riesce a pensare al futuro in modo adeguato.
  • Colpa – Si ha senso di colpa ad esempio per essere sopravvissuti quando un’altra persona è morta o ferita gravemente. C’è una tendenza a colpevolizzarsi per non avere fatto a sufficienza. È comune dirsi: “Se io solo avessi …”
  • Vulnerabilità – Paura del futuro oppure impazienza e irritazione con gli altri, sopratutto con i familiari. Indifferenza verso cose che prima dell’incidente erano molto importanti per la persona. Questo a volte crea incomprensione con gli altri da cui scaturiscono ulteriori difficoltà.
  • Il significato della vita – Le persone pensano ripetutamente a quello che è successo per cercare di capire e dare un senso a quanto accaduto. Sono molto comuni pensieri riguardanti la vita e la morte e le cause che hanno portato all’evento traumatico vissuto. Ci si rende conto di essere estremamente vulnerabili e si è in apprensione rispetto all’eventualità che l’evento traumatico possa ripresentarsi nuovamente.

 

Il trauma nei bambini

Il trauma infantile può essere definito come la conseguenza mentale di un evento esterno e improvviso o di una serie di eventi altamente stressanti che provocano una sensazione di impotenza nel bambino e che determinano una rottura delle sue abituali capacità di coping. L’EMDR vede la patologia come informazione immagazzinata in modo non funzionale, soprattutto quella legata alle esperienze nei primi anni di vita. Le esperienze negative e traumatiche subite in età infantile sono in genere presenti in modo diffuso, vengono sottovalutate e diventano comunque una fonte primaria di disagio. Qualsiasi esperienza in cui il bambino sperimenta oppressione, paura o dolore, insieme ad una sensazione di impotenza, può essere considerato un trauma infantile. I bambini che, durante l’infanzia, hanno sperimentato traumi ripetuti (sia di natura relazionale che ambientale) e che non possono contare su una buona relazione di attaccamento con le proprie figure genitoriali, sono caratterizzati da traiettorie di sviluppo estremamente carenti e danneggiate. Questo è dovuto al fatto che i bambini sono molto impressionabili e il loro livello di esperienza non è tale da dare loro una visione equilibrata della vita e di loro stessi. I bambini provano dolore nello stesso modo degli adulti quando vengono esposti a eventi gravi come la morte di un familiare o una malattia o una violenza nei loro confronti. La capacità dei bambini di provare questo tipo di dolore è in genere sottovalutata, probabilmente questo è dovuto al fatto che si esprimono con modalità diverse da quelle degli adulti. Indipendentemente dal fatto di essere stati coinvolti direttamente nell’evento, i bambini si rendono conto e sentono quando succede qualcosa di grave. Se si tace o si è vaghi riguardo all’evento, si lascia il bambino da solo con i suoi pensieri, con la sua immaginazione, con domande senza risposta e con tutta l’incertezza che questo crea. Se non viene data alcuna informazione lasciamo il bambino alle sue fantasie, che in genere sono peggio della realtà. Le fantasie negative possono provocare un senso di ansia e di terrore che lasciano segni permanenti che si manifestano in seguito come vulnerabilità fisica o psichica.

I bambini in genere hanno difficoltà a verbalizzare le loro emozioni che vengono espresse attraverso irrequietezza, agitazione, scoppi di rabbia, paura del buio, problemi di sonno, incubi e paura dell’abbandono. Possono anche riferire sintomi fisici come mal di testa o di stomaco.

E’ necessario dare messaggi chiari, trasmettere al bambino le informazioni in modo aperto e sincero, soprattutto riguardo quello che è successo, quello che sta succedendo e quello che succederà . Le spiegazioni devono tenere conto ovviamente dell’età del bambino. I genitori sono le persone più indicate per informare e preparare il bambino, se questo non è possibile allora deve farlo una persona che il bambino conosce bene, di cui si fida. Deve esserci il tempo e la tranquillità necessaria per parlare. L’adulto deve ascoltare le domande del bambino e rispondere con sincerità, accettare e rispettare le emozioni del bambino. Se non ci sono risposte alle loro domande, allora bisogna dirlo al bambino. È importante ricorrere a volte al supporto di uno psicoterapeuta, soprattutto se le persone con cui vive il bambino non sono in grado di aiutarlo. L’intervento terapeutico è in genere di breve o media durata ed è importante non solo per risolvere il problema emotivo post-traumatico ma anche come prevenzione di difficoltà future.

Per quanto riguarda l’esperienza estremamente dolorosa della morte di una persona cara, Bowlby (1980) ha evidenziato che l’elaborazione del lutto segue 4 fasi: stordimento, ricerca della persona perduta, disorganizzazione con disperazione e riorganizzazione. I confini di queste fasi sono molto sfumati. Durante l’infanzia infatti manca una struttura cognitiva ed emotiva matura, che permetta lo svolgimento di un processo lineare. Le reazioni dei bambini prevedono rabbia e distacco emotivo, in modo discontinuo ed intermittente, con frequenti disturbi somatici. I bambini molto piccoli (0-2 anni) non sono in grado di comprendere l’evento in sé ma percepiscono il cambiamento nel loro ambiente reagendo spesso con irritabilità, disturbi del sonno e dell’alimentazione. Dai 3 ai 5 anni la morte è percepita come un sonno profondo, per questo possono percepire il clima emotivo di tristezza nel loro ambiente ma non il concetto di irreversibilità. Dai 6 ai 9 anni compare in modo graduale il concetto di morte come condizione definitiva ma è solo verso i 10-12 anni che la morte viene riconosciuta in tutti i suoi aspetti.

Il trattamento EMDR nel lutto con bambini ha l’obiettivo di permettere al bambino di sviluppare una rappresentazione concreta, ad esempio attraverso il disegno, e personale dell’esperienza di perdita, evitando lo sviluppo di credenze disfunzionali (Onofri et al., 2015). Ricreare coerenza negli eventi accaduti permetterà al bambino un’elaborazione, che non porta ad eliminare il dolore, ma ad un accesso alle proprie risorse ed al recupero di ricordi positivi (Faretta e Parietti, 2012).

L’approccio EMDR in emergenza

In situazioni di emergenza come disastri naturali, incidenti su grande scala, terremoti e la pandemia che stiamo vivendo oggi, le reazioni di stress vissute dalle persone coinvolte ed esposte possono portare a disturbi da stress post-traumatico che possono durare a lungo, la sintomatologia più comune può consistere in insonnia, tensione, difficoltà a pensare al futuro in senso positivo, senso continuo di minaccia. Si possono sviluppare in alcuni casi crisi di ansia o attacchi di panico. Uno degli obiettivi della psicologia dell’emergenza è quello di supportare in modo specialistico le persone che hanno vissuto delle esperienze traumatiche, sia individuali che collettive. Il supporto psicologico deve essere mirato a attenuare le risposte allo stress, mobilitare le risorse delle persone coinvolte, normalizzare e facilitare il recupero della loro funzionalità e fornire un’occasione di valutazione dello stato emotivo delle persone e di eventuali bisogni di follow up.

L’intervento psicologico nell’emergenza deve quindi seguire e tener conto delle fasi del processo di traumatizzazione. Per esempio, immediatamente dopo il trauma, diciamo nei primi 2 giorni successivi, lo stato psicologico del soggetto è tra la dissociazione, confusione, incredulità e un intervento basato sulle parole avrebbe poca efficacia.
In questa fase bisogna stimolare in un primo momento i processi naturali che tendono a calmare la persona e a ristabilire l’equilibrio, favorendo il contatto con il corpo e con gli stimoli ambientali e aumentando la consapevolezza corporale. In una seconda fase quando le persone hanno sintomi intrusivi, è importante che l’evento venga rivissuto, per poter rielaborarlo e risolvere il disagio (Foa, 1990).
E’ fondamentale che le vittime del trauma ristabiliscano un contatto con il loro sistema naturale di supporto sociale. Dopo che la sicurezza è assicurata, gli interventi psicologici possono essere necessari. Le persone hanno bisogno di imparare a mettere in parole i problemi che affrontano, nominarli e formulare le soluzioni appropriate. E’ importante parlare con loro delle paure irrazionali che sono parte del disturbo. Se l’ansia domina hanno bisogno di rafforzare le capacità di coping. Devono avere una certa distanza dagli input sensoriali ed emozioni legate al trauma per osservarle ed analizzarle senza avere iperarousal o evitamenti. Devono trovare un linguaggio per comprendere e comunicare le loro esperienze. E’ importante articolare cosa è successo, i pensieri e fantasie durante l’evento, la parte peggiore dell’evento e le reazioni in dettaglio, e come questo ha influito le percezioni su di sé e su altri. La terapia espositiva riduce i sintomi e aiuta a capire che ricordare il trauma non vuol dire riviverlo.

Le reazioni agli eventi traumatici cambiano nel tempo. E’ primariamente il proprio contesto sociale che ri-stabilisce la sensazione di sicurezza vitale per un recupero ottimale. Il supporto può venire da chiunque che può aiutare quando le proprie risorse falliscono. L’aiuto psicologico che è stato dato dall’Associazione EMDR nei vari interventi è un fattore di protezione potente contro i pericoli di traumi secondari.

E’ importante recuperare il senso di sicurezza e di fiducia, e di sentire protezione effettiva. Deve rimanere l’identità di prima, continuare a lavorare e ad amare come prima, farsi coinvolgere nelle cose della vita e con una buona apertura verso gli altri.

Le persone non colpite immediatamente e direttamente dalla tragedia non hanno danni a lungo termine. Quelli a più rischio di danno permanente sono persone direttamente esposte, quelli che erano fisicamente immobili o impotenti mentre cercavano di scappare, quelli che hanno avuto esperienze di prima mano di suoni, odori, ed immagini che hanno testimoniato direttamente la morte e i cadaveri e la quale vita è stata alterata per sempre dalla morte o ferimento di una persona cara.

Alla popolazione e ai soccorritori viene in genere consigliato di riprendere la routine, di evitare di isolarsi. Di prendersi tempo per dormire, riposare, pensare e stare con famiglia e amici cari. L’aiuto professionale viene dato se le emozioni non perdono d’intensità, se ci sono incubi, se le persone soffrono troppo o troppo a lungo.

E’ importante tenere presente che il disagio è una comune risposta ad uno stimolo traumatico eccezionale ed esistono modalità d’intervento in grado di lenire considerevolmente tale sofferenza. Uno dei fattori spontanei a livello sociale e culturale è quello relativo all’aiuto e sostegno da parte di familiari, amici e colleghi. Le persone che hanno vissuto un’esperienza traumatica devono avere la possibilità di comunicare con le persone care, perché questo può influire sulla risposta.

La differenza critica tra un evento stressante ma normale e il trauma è la sensazione di impotenza (helplessness) nel cambiare il risultato. Spesso le persone esposte descrivono anche un senso di vulnerabilità e si crea la paura che accadano ancora disgrazie, che un evento simile si ripeta. Successivamente si può provare colpa per essersela cavata meglio di altri, per il rimpianto di cose che si sarebbero volute fare e non si sono fatte. Tutti quelli esposti, anche se con intensità diversa, si confrontano con questo tipo di sensazioni, soprattutto se le circostanze sono state particolarmente violente e gravi.

Le fasi del trauma che il soggetto attraversa sono varie, vanno dall’iniziale reazione di allarme, allo shock o disorganizzazione mentale, all’impatto emotivo che colpisce entro un paio di giorni dall’evento. L’intensità delle reazioni tende a crescere e a calare successivamente nel tempo, con un picco durante le prime settimane, seguito da una riduzione graduale. La fase di coping inizia quando l’individuo cerca di affrontare, comprendere, rielaborare l’impatto emotivo dell’evento, chiedendosi e riflettendo sulle cause, su “cosa sarebbe successo se ….”, cosa fare eventualmente per affrontare lo stesso evento in futuro e sulle sue capacità di farlo. Poi entra nella fase di accettazione e risoluzione fino ad arrivare ad imparare a conviverci. Quindi gli interventi psicologici devono tener conto del fatto che le reazioni ad eventi traumatici cambiano nel tempo.

Ciò nonostante, quello che per una persona è un evento critico, potrebbe non esserlo per altri. In genere solo una piccola minoranza di vittime di trauma sviluppa gravi difficoltà o rientra in una diagnosi di seri disturbi emotivi (Davidson & Baum, 1994). Yehuda (1993) ritiene che la percentuale di soggetti che sviluppano disturbi di questo tipo sia tra il 25% ed il 33%. È impossibile prevedere chi soffrirà di PTSD in una certa situazione, è però noto che alcuni fattori che avvengono prima, in concomitanza o successivamente all’evento possono contribuire all’insorgenza di questo disturbo. Tra questi troviamo la vicinanza psicologica che il soggetto può percepire.

L’imprevedibilità dell’evento, che si presenta senza alcun livello di preavviso e la gravità ed intensità dell’evento (grado di esposizione e vicinanza fisica ) sono altri aspetti chiave nello sviluppo del disturbo. E’ noto che alcuni eventi vengono vissuti in modo particolarmente traumatico quando riattivano precedenti traumi che hanno degli elementi comuni (lo stesso luogo, la stessa emozione, ecc.) . Soprattutto il fatto che la persona può avere subito un’esposizione cronica ad eventi traumatici o che può avere un livello di stress attuale nella propria vita (per es. se sta divorziando, se ha perso il lavoro o se ha un lavoro particolarmente stressante, ecc.). Il fatto di aver avuto la possibilità di reagire o di poter mettere in atto delle risorse al momento dell’evento o subito dopo sono altri fattori importanti. In genere, queste risorse vengono impiegate in modo spontaneo, ma è difficile che il soggetto identifichi, riconosca e si rassicuri per il fatto che ha agito in modo adeguato, facendo del suo meglio e addirittura richiamando delle risorse efficaci.

L’intervento psicologico dopo una grave emergenza è fondamentale. Agire in tale fase significa, principalmente: supporto nell’elaborazione del lutto, nella riacquisizione delle abilità adattive perse a seguito dell’evento traumatico, nell’acquisizione di quelle nuove abilità/capacità richieste dalla nuova situazione di vita, al fine di ridurre o favorire la scomparsa dei sintomi post-traumatici presenti nel quadro clinico.

L’EMDR nell’emergenza COVID

L’associazione EMDR ha fornito fin da subito delle indicazioni alla cittadinanza ed ai professionisti, disponibili online sul sito www.emdr.it , per fronteggiare al meglio lo stress e le diverse fasi dell’emergenza che stiamo vivendo.

Sono state fornite delle indicazioni di base per mantenere il più possibile le proprie routine: curare la propria persona; non alterare per quanto possibile il ritmo sonno-veglia; scaricare l’energia in eccesso attraverso l’attività fisica; trovare dei momenti di distensione attraverso esercizi di rilassamento e respirazione; trovare degli spazi e dei tempi concordati con il resto della famiglia per la propria privacy. Viene consigliato inoltre di evitare troppe notizie, cioè tenersi informati è importante ma l’eccesso di informazioni, aggiornarsi costantemente aumenta lo stress e l’ansia, pertanto viene suggerito di scegliere due momenti della giornata in cui farlo; è consigliabile utilizzare il tempo libero per riscoprire le attività per cui solitamente non si ha molto tempo e all’interno della famiglia evitare discussioni.

Per quanto riguarda gli operatori sanitari viene posto l’accento sulla loro maggiore capacità di resistere agli stress, ma ricordando che l’emergenza Covid ha necessariamente aumentato il carico emotivo su medici, infermieri ed operatori in quanto essi sono contagiabili in prima persona, possono essere amici/colleghi/familiari di persone contagiate, come cittadini stanno comunque attraversando anche loro dei drastici cambiamenti alla propria routine e come professionisti si stanno confrontando con una malattia nuova, che non ha una cura. Le emozioni che gli operatori provano sono ansia, preoccupazione, rabbia, impotenza e colpa ed è importante tenere a mente che esse sono amplificate per tutti gli elementi indicati precedentemente.

I sintomi che vengono riportati dagli operatori sanitari sono insonnia o ipersonnia, nervosismo crescente a casa e con i colleghi, incapacità di staccare una volta fuori servizio, difficoltà di concentrazione e memoria, stanchezza cronica e sensazione che non ci sia mai fine, senza possibilità di recuperare. Sono poi riportate immagini intrusive di situazioni drammatiche vissute sul lavoro, iperallerta costante, stress da reinserimento nel proprio reparto in seguito ad un periodo dedicato al Covid, senso di estraniamento una volta tornati a casa a fine turno, con una sensazione di “non appartenenza” al nucleo familiare.

Il sostegno psicologico volto ad aiutare gli operatori sanitari, secondo l’EMDR, è incentrato sul consigliare, una volta tornati a casa, di dedicarsi ad attività piacevoli e rilassanti; si consiglia di evitare di parlare troppo di quanto avviene in reparto, cercando per quanto possibile nei momenti di pausa, di portare i pensieri e la mente su argomenti di vita meno stressanti. Viene suggerito di praticare sport, esporsi al sole e soprattutto di parlare di come ci si sente, per sentirsi meno soli e legittimare le emozioni che si provano. Ogni giorno, a fine turno, l’operatore dovrebbe inoltre valorizzare ciò che è andato bene nella sua giornata, come persona e come professionista.

L’associazione pone l’attenzione anche al sostegno psicologico per le donne in gravidanza che stanno vivendo ovviamente un momento estremamente delicato in una situazione così stressante, oltre ai consigli pratici riportati precedentemente, viene suggerito di sfruttare questo momento per entrare in connessione profonda con il proprio bambino, attraverso meditazione e rilassamento, ma anche attraverso massaggi, coccole con il partner e prendendosi cura di se. E’ importante legittimare nelle future madri la paura e l’angoscia, se la donna piange può sentirsi impotente, in colpa ed è importante per il professionista che la assiste, normalizzare il più possibile le emozioni che prova.

L’idea di base è che il coronavirus non debba togliere tempo alla gravidanza, ma donarlo, pertanto la donna va aiutata a prendersi del tempo per informarsi sulla gravidanza, preparare ciò che servirà all’arrivo del bambino e magari trovare un corso pre-parto online. Per quanto riguarda il momento del parto è importante aiutare la donna a capire e conoscere le risorse che sono già dentro di lei, da utilizzare nel delicato momento del parto in cui il papà non potrà essere presente; nei giorni successivi al parto, la limitazione delle visite di parenti e amici deve essere vista come un’occasione di raccoglimento in sé stessa ed un modo per godersi la relazione esclusiva con il neonato, cercando anche di focalizzare l’attenzione della neo mamma sul fatto di non essere sola, perché il personale medico e sanitario è li per lei.

L’associazione fornisce indicazioni anche per la quarantena vissuta in coppia, consigliando ai partner di rispettare i tempi dell’altro nel manifestare sentimenti ed emozioni, sottolineando l’importanza di avere spazi e momenti di condivisione ma anche personali, prendendosi delle pause per sé stessi e concedendone anche al partner. Viene infine sottolineata l’importanza della complicità e dell’intimità con l’altro, specialmente sessuale, per poter rinforzare la coppia e sentire il proprio partner ancora più vicino.



Dott.ssa Francesca Grilli





Bibliografia

- emdr.it/index.php/emdr/

- Mazzoni G.P., Aldi G., Volpi S., Facchini A., Fernandez I. (2018) EMDR nel lutto infantile. Report di un intervento in una classe di seconda elementare. EMDR, rivista di psicoterapia EMDR, 35, 24-35.

- Fernandez I. (2016), L’approccio EMDR in psicoterapia – EMDR Basic Training Course